Sommando il debito pubblico ai debiti delle famiglie e delle imprese, in
tutti i paesi industrializzati l’indebitamento complessivo supera il
200 per cento del prodotto interno lordo. Perché? A partire da questa
domanda cruciale, che tuttavia nessuno ha mai posto, si sviluppano i
contributi all’analisi della crisi in corso e le proposte per ridurne le conseguenze devastanti, riuniti nel volume collettivo Crisi economica, debiti pubblici e decrescita felice, pubblicato dalle Edizioni per la decrescita felice, a giorni in libreria.
L’indebitamento complessivo dei paesi industrializzati, rispondono gli
autori del volume, è necessario per assorbire la produzione crescente di
merci che altrimenti rimarrebbero invendute. In altre parole la crescita della domanda,
che pure è stata costante, non è in grado di assorbire la crescita
dell’offerta perché la concorrenza internazionale impone alle aziende di
investire continuamente in innovazioni tecnologiche che accrescono la
produttività, che consentono cioè di produrre quantità sempre maggiori
di merci con un numero sempre minore di occupati.
Ma se si riduce il numero degli occupati, si riduce il numero delle persone provviste di reddito, per cui la crescita del debito è diventata indispensabile per sostenere la domanda.
Il meccanismo della crescita e l’incremento della competitività sono la
causa della crisi in corso. Tutti i tentativi di rilanciare la crescita
e di incrementare la produttività non solo non possono consentire di
superare la crisi, ma se riuscissero, contribuirebbero ad aggravarla.
Questa crisi, si sostiene nel libro, non è una crisi congiunturale, ma
una crisi di sistema che gli strumenti tradizionali
della politica economica non sono in grado di affrontare perché se si
vuole rilanciare la crescita, come viene ripetuto con la ripetitività di
un mantra, non si possono non aumentare i debiti pubblici; se si vuole
ridurre il debito pubblico si deprime la domanda e la crisi si aggrava.
Ciò che occorre è trovare il denaro per gli investimenti senza accrescere i debiti pubblici.
Questo denaro si può ricavare soltanto dalla riduzione degli sprechi,
ovvero dallo sviluppo di innovazioni tecnologiche finalizzate ad
accrescere l’efficienza con cui si usano le materie prime, in
particolare l’energia, e a recuperare le materie prime contenute negli oggetti dismessi, che del tutto impropriamente vengono
definiti rifiuti. In altre parole occorre uscire dalla logica
quantitativa nella valutazione della produzione e utilizzare criteri di
valutazione qualitativi. Non proporsi di produrre di più, ma di produrre
quello che serve. Per esempio, il nostro patrimonio
edilizio consuma mediamente per il riscaldamento invernale il triplo
dell’energia delle meno efficienti case tedesche, 200 kilowattora al
metro quadrato all’anno invece di 70, e dieci volte di più delle più
efficienti, che si fermano a 15.
Nella (in) cultura della crescita si diceva “quando tira l’edilizia,
tutta l’economia gira”. Oggi si può pensare di uscire dalla crisi
costruendo altre case, quando l’eccesso di offerta incrementa in
continuazione l’invenduto? L’unica strada per rilanciare l’edilizia è la ristrutturazione energetica delle case esistenti.
Se il consumo delle case scendesse dei due terzi si risparmierebbe il
denaro necessario a pagare gli investimenti e ad accrescere
l’occupazione senza accrescere i debiti pubblici. Ma se i consumi
energetici delle nostre case si riducessero dei due terzi diminuirebbero
da subito le emissioni di anidride carbonica e, una volta ammortizzati
gli investimenti con la riduzione degli sprechi, diminuirebbe anche il
prodotto interno lordo. Un’efficiente raccolta differenziata,
finalizzata al recupero delle materie prime contenute negli oggetti
dismessi, consentirebbe di risparmiare le enormi somme di denaro che
vengono spese per seppellirli sotto terra o per distruggerli
bruciandoli, e con il denaro risparmiato si possono sostenere i costi
d’investimento e l’occupazione necessari a organizzare un’efficiente
raccolta differenziata e le industrie del riciclaggio. Ma se si
riutilizzano le materie prime contenute negli oggetti dismessi
diminuirebbe da subito il consumo di materie prime e, una volta
ammortizzati gli investimenti, diminuirebbe il prodotto interno lordo.
Per superare la crisi senza accrescere i debiti pubblici, sostengono gli autori del libro, occorre sviluppare un pensiero più evoluto di quello che si limita a perseguire la crescita della produzione in
quanto tale e la crescita dell’occupazione in quanto tale. Bisogna
creare occupazione in lavori utili e la cosa più utile da fare in questa
crisi, che è contemporaneamente economica ed ecologica,
è ridurre il consumo delle risorse e le emissioni inquinanti
sviluppando le innovazioni tecnologiche che ci consentono di stare
meglio riducendo i consumi inutili, perché questo è l’unico modo di
recuperare il denaro necessario allo sviluppo di quelle innovazioni.
Less and better.
Link originario: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/17/e-decrebbero-felici-e-contenti/191800/
di: Maurizio Pallante, Pier Paolo Dal Monte, Massimo De Maio, Giordano Mancini, Pierluigi Perinello, Luca Salvi, Fabio Salviato
ISBN13 9788896085172
€ 12,75
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