Finite le vacanze di Natale, agli studenti saranno consegnate le pagelle del primo quadrimestre e la domanda che spesso in famiglia ci si pone davanti a risultati stiracchiati o decisamente insufficienti è: quanto quei voti rispecchiano le reali potenzialità dei ragazzi? Studiano poco o studiano male? Perché a volte, anche studiare non basta, bisogna saper studiare ovvero: avere un metodo efficace.Ma come? Su questo tema Mario Polito, psicologo e pedagogista che da anni conduce corsi di formazione sull’apprendimento e le tecniche mnemoniche ha pubblicato “Le tecniche di studio. Imparare a studiare: come sottolineare, prendere appunti, creare schemi e mappe, archiviare” (ed. Editori RiunitiUniversity Press)
Polito,quanto influisce nella resa scolastica e nel tempo che si impiega a studiare aver elaborato un metodo di studio?
È determinante: chi ha metodo studia in metà tempo e con maggior profitto. Col metodo consegui risultati, capisci che puoi fidarti della tua mente. Questa sensazione aggancia i ragazzi allo studio anche perché permette loro di ricavare il tempo di coltivare amicizie e interessialtrettantoimportanti della scuola.
Quanti ragazzi sanno studiare? E come hanno imparato?
Meno di tre studenti su dieci sanno studiare autonomamente. Si tratta di ragazzi, più spesso di ragazze, congenitori che insistono sul fatto che tutte le cose bisogna conquistarle col metodo. È un’abilità che andrebbe sviluppata fin dalle elementari, ma troppi insegnanti danno già per scontato il metodo di studio.
Nel suo libro elenca ben 23 metodi solo per prendere appunti e innumerevoli suggerimenti su come sottolineare o memorizzare. Dovendo esporre alcuni concetti essenziali ad uno studente quali sarebbero?
Primo: sta attento in classe, fai domande, prendi appunti e poi a casa riorganizzali subito, assimilarli è essenziale, da furbi. Secondo: non spaventarti del numero di pagine che devi studiare ma rispondi prima a questa domanda: cosa so già di questo argomento? Terzo: cerca di capire in che modo impari meglio. Il cervello elabora la maggior parte delle informazioni con il canale visivo: il 60% delle persone studia meglio con schemi e mappe, solo circa il 20% riesce a ricordare bene solo ascoltando. Ma il metodo più efficace resta tradurre nella pratica le informazioni studiate.
E se all’interrogazione c’è il blocco emotivo?
Portare dentro le informazioni è una cosa, portarle fuori un’altra, per questo bisogna allenarsi anche all’interrogazione. Immagina una domanda, sviluppa la capacità di esporre i concetti. E soprattutto non pensare che l’insegnante ti sta interrogando, pensa invece che ti stia intervistando: è un approccio completamente diverso, non è lui o lei che ti esamina, ma sei tu che devi raccontargli quello che sai. Considera l’interrogazione un palcoscenico dove dimostrare il tuo valore.
I genitori come possono aiutare i figli?
Aiutandoli a smaltire emozioni negative quando hanno la sensazione di non farcela e mettendo nel loro zaino emozioni pulite, forti: «Guarda i progressi che hai fatto, ce la puoifare». E poi nell’accompagnamento cognitivo: chiedere ai bambini di raccontare cosa hanno imparato a scuola, usare invece la provocazione con i più grandi:«Tu che idea hai rispetto a questo argomento?».
La cultura è tutto ciò che rimane dopo che si è dimenticato tutto. Ai ragazzi viene chiesto di memorizzare quantità enormi di dati e informazioni. Come far sedimentare ciò che è veramente importante?
Dopo che si è scelto l’essenziale lo si deve ripetere tante volte, i concetti vanno macinati come le tabelline. Così le informazioni si sedimentano e poi è possibile collegarle tra loro creando, nel tempo, un sapere interdisciplinare.
Qual è l’errore più frequente che si commette sui libri e in classe?
Spesso il libro viene utilizzato senza la mediazione del metodo di studio, si danno per scontati il gergo i termini che riporta ma che non sempre sono padroneggiati dai ragazzi. Poi bisogna insegnare come collegare le informazioni. Ed è necessario che gli insegnanti offrano una motivazione allo studio. Gli studenti hanno bisogno di comprendere, concretamente, che lo studio serve per capire, affrontare e risolvere i problemi che si tratti di un’equazione o di studiare la democrazia ateniese.
Non è raro sentire un insegnante dire: suo figlio, sua figlia ha capacità, ma non si impegna. Come interpretarlo?
È vero che il 60-70% degli studenti arranca alle superiori perché non ha costruito un metododi studio, ma attenzione: la motivazione viene ancora prima del metodo. Se un ragazzo non è motivato a studiare non si chiede nemmeno se deve avere un metodo. Ricordo un insegnante che entrava in classe dicendo: «Ragazzi, facciamo matematica». È un approccio molto diverso dal dire «vi insegno matematica».
Le materie hanno programmi molto densi, che gli insegnanti si preoccupano di rispettare. Sono troppo concentrati su questo a suo avviso?
In generale gli insegnanti dovrebbero dedicare più tempo a motivare i ragazzi, ad entusiasmarli. L’invito che rivolgo è: portate i ragazzi a connettere quello che stanno studiando con la realtà, se dimostriamoche qualsiasi cosa si studia serve, la resa degli studenti è assolutamente superiore.
Ci sono Paesi in cui il metodo di studio è una materia di insegnamento?
In Svizzera, dove ho insegnato per 16 anni formando i primi docenti sulle strategia di apprendimento. Alle scuole professionali il metodo di studio è una materia come tutte le altre ma senza l’assillo del voto, ciascuno è naturalmente motivato a capire come trarre il meglio da se stesso.
di: Mario Polito
ISBN13 9788864730547
€ 17,00
Compra