Fa piacere poter recensire un libro di una casa editrice che ci è tanto cara. Crediamo che la lettura di questo libro sia quanto mai di attualità, non solo per capire il problema nella sua complessità, ma soprattutto nel coltivare una speranza che il problema possa andare a soluzione. Tanto più oggi, quando sembra cessare una sanguinosa invasione, ma il condizionale è qui obbligatorio. Il libro offre senz’altro moltissimi dati di riflessione, un contributo pregevole in quanto su questo argomento sono sempre state dette un sacco di bugie o si sono omesse altrettante verità. Niente ha un carattere più ideologico del conflitto israelo-palestinese. Punto di partenza, sia del libro che anche nostro, è la pretesa giustificazione per la costituzione dello Stato di Israele, ossia il fatto che si trattava di una terra scarsamente abitata, quindi libera per una colonizzazione massiccia e la creazione di uno stato. Questa idea è sempre stata suffragata da osservazioni, anche autorevoli, di persone che guardavano con il filtro di una visione prettamente occidentale. Nella realtà, nel XIX secolo la popolazione era composta da 240 mila persone, di cui meno del 10% di origine ebrea. Con il passare del tempo, pur aumentando la popolazione la proporzione non ha subito sostanziali cambiamenti, fino al 1947, quando la politica britannica, sposando una visione sionista, ha favorito una forte immigrazione che ha portato la presenza degli ebrei a poco più del 30% della popolazione globale. Dunque non era una terra senza popolo, mentre sicuramente la gente che veniva aveva un terra che lasciava e non si comprende perché pretendesse quella di chi in essa aveva costruito la propria esistenza. La costruzione del problema, come ci fa notare l’autore, viene da molto lontano nel tempo, dalla fine del XIX secolo, quando nasce il movimento sionista. È questo che preme sul protettorato inglese per arrivare alla dichiarazione di Balfour nel 1917 che pone la questione della legittimità della pretesa ebraica di una “National Home”. Si tratta di un atto assurdo (Una nazione si arroga il diritto di cedere a una seconda nazione la terra che appartiene ad una terza nazione) e di violenta prevaricazione in quanto viene apertamente dichiarato che sulla questione non vi sarebbe stata alcuna consultazione delle popolazioni residenti. D’altra parte si tratta di arabi, quegli stessi selvaggi che erano stati notati dai viandanti occidentali e che non erano stati considerati capaci di essere una nazione. In ogni caso questo Balfour è un personaggio davvero particolare, lo stesso che si batte con forza perché l’Inghilterra non accolga i profughi ebrei dei pogrom russi. Egli quindi era uno dei più chiari esempi di razzismo che si può immaginare: un antisemita convinto che, per tenere lontano gli ebrei, concede ad essi, in linea teorica, di andare in un proprio stato a colonizzare gli arabi che, probabilmente, disprezzava ancora di più. Un capolavoro di ipocrisia diplomatica. Questa visione è comunque teorizzata dal maggiore pensatore e fondatore del sionismo, Theodor Hezel che, nel suo diario, scrive: “dovremo incoraggiare questa misera popolazione ad andarsene oltre confine, procurando loro un lavoro nei paesi di destinazione ma negandolo nel nostro.” Israele è quindi pensato come uno stato che si caratterizza per la propria pulizia etnica. Una visione che vedrà in seguito una precisa concretizzazione, con la costituzione dello Stato di Israele, nei provvedimenti sulla Proprietà degli assenti e nel Decreto di acquisizione dei terreni. Quest’ultimo provvedimento è ancora più inquietante poiché è più esplicito il fine di cacciare i non ebrei: il diritto pubblico, infatti, diventa sinonimo di diritto ebraico consentendo in questo modo più facilmente il trasferimento delle terre degli arabi agli ebrei. In conseguenza di ciò nel 1948, 418 villaggi palestinesi vennero letteralmente cancellati dalle carte geografiche, sia cambiando il loro nome sia radendoli al suolo. Il carattere ebraico assunto dallo stato di Israele viene altresì rimarcato da una serie di palesi violazioni dei diritti della minoranza araba in Israele. Per la richiesta di un mutuo, infatti, occorre avere assolto il servizio militare, da cui gli arabi sono esentati; ad un non ebreo viene anche vietata la vendita, l’acquisto o l’affitto di quella che lo stato di Israele definisce “terra ebraica”. Ma le vessazioni non sono solo nei confronti degli arabi israeliani, ma anche dei palestinesi che abitano nei territori occupati, sia in Cisgiordania che a Gaza, dove il sistema idrico ed elettrico è completamente in mano ad Israele, quindi occorre un permesso per scavare un pozzo, effettuare una trivellazione, organizzare un sistema di irrigazione. Le stesse autorità cui compete di respingere o autorizzare qualsiasi cambio di residenza e la concessione anche dei permessi più incomprensibili e talora crudeli, che portano, ad esempio, molte donne a partorire sulle autoambulanze a causa delle difficoltà poste dai soldati ai check point. E sempre ancora oggi molti palestinesi sono rinchiusi in autentici “buchi neri”, come l’edificio 1391, a cui si sono ispirati gli americani per Guantanamo, dove moltissimi sono stati soggetti a torture fisiche e psicologiche. Una democrazia non può definirsi tale se opera nel disprezzo dei più elementari diritti civili e non sono sufficienti motivazioni di sicurezza. Basterebbe ricordare che il presidente eletto americano Obama ha definito Guantanamo una vergogna e che il suo primo atto sarà di chiudere quel carcere. L’autore ritiene si debba superare una visione di Israele come stato teocratico. Crediamo che una simile richiesta sia perfettamente condivisibile, il problema non è nella base religiosa dello stato e del governo di questo paese, ma nella ideologia che lo porta a perpetrare, in ogni azione (basti ricordare il muro, la distruzione delle case dei cosiddetti martiri – terroristi islamici -, la distruzione degli oliveti, ecc….). Questa politica ha sempre impedito il dialogo e la soluzione dei problemi, ancor più oggi, con la crescita degli insediamenti nei territori occupati, che rendono persino impossibile immaginare uno stato palestinese con una continuità geografica. È così che, sommate alle colpe di Fatah soprattutto in termini di corruzione, che Israele ha finito per far crescere il movimento fondamentalista di Hamas. D’altra parte anche l’osservazione di Kamel, l’autore, che denuncia una vera e propria ossessione da parte degli organismi internazionale che porta alla condanna di ogni comportamento difforme dalle regole democratiche. Qui siamo al paradosso. La democrazia è un sistema che è perfettibile e ha al suo interno gli anticorpi necessari per progredire ed evitare cedimenti autoritari. Non ha senso lamentarsi perché si guarda continuamente alle colpe di Israele e si giudica con minore severità le dittature dei paesi arabi. Posto che le pressioni per una democratizzazione di questi paesi deve essere un impegno irrinunciabile (magari evitando certi tipi di esportazione alla Bush), non ha importanza se non me la prendo con l’Egitto o il Marocco e, invece, condanno i comportamenti antidemocratici o autoritari di Israele, poiché essa è una democrazia non può venire meno ad essa. Il muro costruito dal criminale di guerra Sharon (non dimentichiamoci quanto egli ha fatto in Libano) è un segno di chiusura che va nella direzione opposta alla democrazia. I muri li hanno costruiti dittature come quella nazista (Varsavia) o sovietica (Berlino) e non credo sia bello fare accostamenti di questo tipo per Israele. La critica, infine, appartiene proprio a quegli anticorpi democratici che sono necessari, criminalizzarli è sempre sbagliato. Pur restando aperte delle questioni che non convincono, il libro è scritto con una chiarezza davvero eccezionale, che ricorda la migliore storiografia inglese. Ma la cosa più importante è l’onestà intellettuale con la quale l’autore ha affrontato le questioni più delicate e complesse del rapporto tra Israele e la Palestina, sperando tutti di poter vedere il sogno avverarsi.
di: Lorenzo Kamel
ISBN13 9788835960553
€ 15,50
Compra