Recensione Oriente Moderno

di Massimo Campanini - Oriente Moderno - 1 Gennaio 2009

Il libro di Lorenzo Kamel, giovane studioso della Hebrew University di Gerusalemme e giornalista free-lance, è nettamente diviso in due parti. Nella prima si analizzano con apprezzabile sforzo di obbiettività le “ragioni” degli arabi e le “ragioni” degli ebrei (l’autore sottolinea l’ambiguità dell’uso del termine “Palestina”, per cui sembra improprio utilizzare la locuzione arabi-palestinesi, ma forse lo stesso si sarebbe potuto dire di “ebrei-israeliani”) nel sanguinoso conflitto che da un secolo lacera la Terra Santa. Nella seconda si studiano le posizioni della “vecchia” o “tradizionale” storiografia israeliana, la storiografia “ufficiale” che ha costruito l’immagine – un po’ mitica e in fondo agiografica – dello Stato ebraico, e della contrapposta “nuova” storiografia israeliana che ha cercato di riportare i termini della questione a proporzioni forse piu` rispettose della realtà dei fatti. Impressiona, fin dall’inizio della lettura, l’enorme quantità di letteratura secondaria che Kamel ha setacciato e meditato. Così come colpisce favorevolmente la passione di verità (come la definisce anche Claudio Lo Jacono nella sua prefazione) che anima l’autore.
La questione della “verità”, cioè di dove stiano le “ragioni” nel conflitto arabo-ebraico (israeliano) è particolarmente scivolosa e ambigua e sostenitori dell’una e dell’altra rivendicazione (e perciò inevitabilmente osservatori parziali ed emotivamente coinvolti) hanno entrambi buone frecce al loro arco. Kamel, come già detto, si fa apprezzare per il suo sforzo di obbiettività, anche se il recensore (probabilmente viziato da parzialità) pare evincere dalla stessa analisi dell’autore che le “ragioni” degli Arabi siano motivate da innegabili decenni di espropriazioni e di prevaricazioni (che Kamel in parte ricostruisce), mentre le “ragioni” degli ebrei si riducano fondamentalmente a due: lo stato di abbandono e di arretratezza della Palestina araba prima dell’arrivo dell’immigrazione ebraica (il mito di una “terra senza popolo per un popolo senza terra”; e Kamel fa ampio uso per esempio dei diari di viaggio di Mark Twain) e lo stimolo allo sviluppo e al progresso che tale immigrazione avrebbe innescato, modernizzando e (col senno di poi) democratizzando la regione. Motivazioni che, come è ben noto, altre testimonianze negano, sottolineando come la Palestina degli inizi del Novecento fosse tutt’altro che un deserto abitato da beduini immersi nel Medio Evo.
In ogni caso, l’approccio bipartisan di Kamel potrebbe sembrare paradossalmente anche il suo limite. Soppesare col bilancino del saggiatore le “ragioni” ovvero i “diritti” degli uni e degli altri potrebbe infatti risultare un esercizio sterile se non si soppesano i “doveri” che i responsabili hanno di fronte alla storia. La “vile ed efferata” rappresaglia che gli Arabi condussero contro la “carneficina” (i termini sono di Kamel) perpetrata dagli ebrei nel villaggio di Deyr Yassin nel 1948, i “crimini arabi” soppesati con i “crimini israeliani” costituiscono un bilanciamento del sangue di cui non è vano discettare le priorità. La questione centrale che agita, anzi che tormenta qualsiasi discussione sul conflitto arabo-ebraico (israeliano) è evidentemente una questione che suscita passioni politiche e induce a schieramenti: quale la legittimità dello Stato israeliano, esclusivamente connotato in senso ebraico, in Palestina? Non, si badi, della presenza ebraica in Palestina che è del tutto legittima al di sopra di qualsiasi schieramento. Il recensore ha l’impressione che Kamel prenda favorevolmente posizione, con tutti i distinguo del caso determinati dal desiderio di porsi al di sopra delle parti, a favore della legittimità dello Stato israeliano, per motivazioni che stanno non solo nella capacità, militare e strategica, ed anche sociale ed economica, con cui i sionisti hanno rivendicato e difeso la nascita di Eretz Israel, ma anche nella stessa ideologia sionista. A prescindere da ciò, si concorda pienamente con Kamel allorchè sottolinea e dimostra tanto le responsabilità oggettive della gestione coloniale della Palestina da parte della Gran Bretagna o in genere dell’Occidente, quanto le ambiguità e le compromissioni di parte araba (palestinese), e addirittura degli Stati arabi indipendenti che, in occasione per esempio della guerra del 1948, erano motivati più da interessi strategici regionali e da rivalità interne che da un genuino desiderio di venire in aiuto degli Arabi (palestinesi) contro la sempre più invadente presenza ebraica (israeliana). E lo stesso naturalmente si potrebbe dire dell’atteggiamento successivo degli stati arabi, soprattutto dopo la morte di Nasser, la pace separata tra Egitto e Israele del 1979 e l’ambigua politica del siriano Assad. Ma appunto qui – e non solo da parte araba se si considera la strategia di Ben Gurion negli anni Cinquanta – si rivelano le responsabilità della storia, di cui sia i popoli arabi sia il popolo ebraico sono stati in parte vittime e in parte attori.
Condivido inoltre la impostazione di Kamel di non enfatizzare il motivo religioso del conflitto arabo-ebraico (israeliano) che per lunghi decenni (direi almeno fino alla prima intifadah) non ha avuto caratteri eminentemente confessionali, ma politici ed economici, ed eventualmente (anche se l’uso di questo aggettivo può sembrare pericoloso, sebbene sia obbiettivamente giustificabile) etnici.
Ma il punto forse più discriminante – ed è con la sua trattazione che si apre la seconda parte del volume – è quello dell’ideologia sionista, che i sostenitori esaltano come “uno dei più dinamici e vibranti movimenti nazionali della storia umana” ovvero come “un glorioso movimento di liberazione puro e semplice”, mentre i detrattori denunciano come venato di razzismo, o almeno di etnocentrismo. L’ideologia sionista sta sullo sfondo di tutta la storiografia ufficiale israeliana. I punti nodali di questa storiografia, come evidenziati da Kamel, sono sostanzialmente cinque: 1) il problema dei profughi palestinesi fu un auto-disastro inflitto da una leadership araba poco lungimirante, laddove gli ebrei non avrebbero espropriato neppure un centimetro di terra araba nè scacciato volontariamente alcun abitante autoctono; 2) la leadership araba palestinese non volle mai effettivamente addivenire ad accordi di pace; 3) in occasione della prima guerra arabo-ebraica (israeliana), gli ebrei erano come un piccolo Davide circondato da un possente Golia arabo desideroso di annientarlo; 4) le responsabilità oggettive della Gran Bretagna che condusse una politica ambigua e sostanzialmente remò contro la nascita di uno stato ebraico; 5) il già ricordato mito della “terra senza popolo per un popolo senza terra”.
Sebbene questa sia tutt’oggi in larga parte la versione ufficiale della storia dello stato di Israele, Kamel ricorda come si verificarono alcuni avvenimenti che modificarono il clima interno di Israele: dalla disastrosa invasione del Libano nel 1982, allo scoppio dell’intifadah nel 1987, agli accordi di Madrid preparatori di quelli di Oslo nel 1991. Ad essi si aggiunse una più ampia libertà per gli storici di accesso agli archivi e alle fonti.
Ed ecco dunque comparire in Israele una nuova corrente storiografica i cui maggiori rappresentanti sono stati e sono, tra gli altri, senza dubbio Benny Morris, Avi Shlaim e Ilan Pappe. Kamel ha buona parte di ragione nell’etichettare Morris come “colonna instabile” (dato che in anni più recenti ha sostanzialmente cambiato posizione riavvicinandosi alla storiografia ufficiale e arrivando a sostenere in una intervista che Ben Gurion avrebbe sbagliato a non perseguire la “soluzione finale” di espellere tutti gli Arabi palestinesi); Shlaim come “colonna stabile” e Pappe (il cui lavoro è stato ampiamente ostracizzato in Israele) come “l’a-sionista”. Naturalmente, la nuova storiografia è qualcosa di più di un revisionismo: per persone come Pappe, ma anche, sembra di capire come Zeev Sternhell, si è trattato di un esame di coscienza, relativo non solo ai rapporti dei sionisti con i palestinesi, ma anche alle prospettive dello sviluppo interno della democrazia israeliana. In ogni caso, il lavoro di questi storici ha contribuito, secondo chi scrive in maniera convincente (Kamel è fedele al suo atteggiamento di obbiettività e nella sostanza evita di dare giudizi), a smontare almeno alcuni dei “miti” della storiografia ufficiale. Per esempio, quello della guerra del 1948 in cui fu evidente l’imperizia dei comandi militari, l’impreparazione (basti pensare allo scandalo delle armi difettose in Egitto) e l’ambiguità di alcuni sovrani arabi (segnatamente di ‘Abd Allah di Giordania), che rappresentavano tutt’altro che un possente Golia contro il disarmato Davide israeliano (anzi l’esercito israeliano era assai più numeroso di quelli arabi messi insieme). Come già detto, la Palestina non era affatto ”vuota” e destinata ad essere riempita dall’immigrazione ebraica. Se la leadership araba palestinese non volle mai addivenire a una pace stabile, lo stesso si può tranquillamente dire di Ben Gurion (sostenitore della dislocazione della popolazione araba come premessa indispensabile della sicurezza di Israele) o Golda Meir il cui comportamento diplomatico parla da solo (e basta conoscere solo un poco la storia dei rapporti israelo-egiziani o le condizioni e le conseguenze della “guerra dei 6 giorni”, anche a prescindere dalle prese di posizione di netta chiusura al negoziato con Israele dell’OLP). Nessuno può d’altro canto negare le responsabilità della Gran Bretagna.
Kamel conclude con piglio giornalistico con osservazioni anche qui intese a individuare le “ragioni” di entrambe le parti: il rinascere dell’antisemitismo che sembra rendere necessaria l’esistenza di uno Stato di Israele; l’emarginazione e la frustrazione degli arabi Palestinesi che non hanno torto a rivendicare un loro Stato autonomo; la necessità da parte degli arabi Palestinesi di rinunciare al ritorno dei profughi e al terrorismo che ne ha appannato la legittimità delle richieste; il diritto israeliano all’auto-difesa anche grazie alla costruzione del famigerato “muro” che però è solo un palliativo non in grado di risolvere le questioni politiche. Non manca neppure la denuncia del doppio-giochismo di molta parte della politica o dell’intellighenzia liberale occidentale, pronta a scatenare guerre distruttive in nome di valori (leggi la democrazia) che sono riconosciuti all’Occidente, molto meno ad altri popoli e culture. È il trionfo della logica, un po’ fredda forse, dell’osservatore scientifico che comunque mai come in questo caso può fare a meno dell’empatia, visto che rimane con i suoi dubbi. Dubbi che, come si diceva più sopra, fanno fatica ad asseverare “verità” e ragioni assolute nel conflitto arabo-ebraico (israeliano).
L’ultima frase del libro è una confessione dell’autore e una promessa etica: “Analizzare senza assolutizzare. Simpatizzare senza generalizzare. Valutare senza giudicare”.


Israele-Palestina: due storie una speranza

Israele-Palestina: due storie una speranza

La "nuova storiografia israeliana" allo specchio

di: Lorenzo Kamel

ISBN13 9788835960553

€ 15,50 anzichè € 18,00

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